Bibl.: «Metodo», Pisa, X (1997), N. 1/13 (giugno), p.2

 Giovanni Armillotta
L'ARCHITETTURA TRA FUTURISMO E REALISMO SOCIALISTA

Come ricorderanno i lettori, lo scorso numero lo abbiamo dedicato al grande architetto futurista Antonio Valente, nel centenario della nascita. La scelta attuale - pur articolata in temi di stretta attualità - non prescinde dall'aspetto tipicamente monografico della nostra rivista; rappresenta, anzi, uno stimolo per trasporre il soggetto da letterario ad iconografico, attraverso due appuntamenti di altissimo livello italiano e mondiale, strettamente legatifra loro.
Dal 5 aprile al 29 giugno 1997, la torinese Accademia Albertina delle Belle Arti – in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura della Regione Piemonteed il Museo Statale di Architettura e per la Ricerca Scientifica A.V. Šcusev di Mosca – ospita il maggior evento culturale dell'anno, la mostra U.R.S.S. anni '30-'50. Paesaggi dell'utopia staliniana e, contemporaneamente, la capitale russa celebra il suo DCCCL anniversario.
Il nostro collaboratore, Francesco Noja, recatosi appositamente a Torino, ha portato con sé indelebili impressioni e lo stupendo catalogo della mostra, curato impareggiabilmente da Alessandro De Magistris ed edito dalla Mazzotta. Gli ho affidato la monografia iconografica affinché dopo il successo ottenuto dalla precedente rassegna futurista di «Metodo» («Corrieredella Sera», «La Nazione», ecc.), Noja, per mezzo di una personale applicazione dell'immagine al testo, faccia riferimento all'arte di realismo socialista come «il ritorno del soggetto e del tema», «la predominanza del tipo nuovo», manifestantisi «mediante i codici della narrazione lineare» (Josette Bouvard).
Lo scorcio di millennio non può che condurci al pensiero di Sant'Elia (1914), e quel «balordo miscuglio dei più vari elementi di stile [...] chiamato architettura moderna» sarà sconfitto più tardi dal futurismo italiano degli anni Trenta-Quaranta e dall'accademismo moscovita, portatori dei più alti valori architettonici – a mezza strada fra «un'arte formatasi sulla base dell'edilizia» (I.L. Maca) e «un'attività che crea l'ambiente spaziale materialmente organizzato, la sfera di azione fra i vari processi del lavoro, della vita quotidiana e della cultura» (K.A. Ivanov).
Se Emilio Tadini sul «Corriere della Sera» (15 maggio 1997), ci ricorda come la scuola italiana del Ventennio abbia influenzato l'architettura sovietica, d'altro canto è emblematica la scelta di Noja nel porre in prima pagina il progetto di B. Iofan, A.V. Šcuko e V. Gel'frejch al concorso per il Palazzo dei Soviet. Opera, che pur potendosi definire espressione del "classicismo", andava intesa come «la perfezione classica di una mentalità e non come una semplice utilizzazione di qualunque forma antica solo perché classica» (A.V. Šcusev, 1933): in queste parole il rifiuto di Sant'Elia alle egizianerie, ai bizantineggiamenti, ed allo «sbalorditivo fiorire di idiozie e di impotenza che prese il nome di "neo-classicismo"» acquista un riconoscimento epocale, sia pure a distanza di diciannove anni. Non per nulla il concorso rappresenta a tutt'oggi una pietra miliare nella storia dell'architettura di questo secolo. Esso segnò la fine dell'avanguardismo non soltanto in Unione Sovietica, ma pure ad Ovest, ponendo termine alla reciproca opposizione fra l'architettura d'avanguardia e lo storicismo caratterizzante gli anni Venti. «Si generò un fenomenale rifiuto della nuova architettura in favore della valorizzazione dell'eredità classica, che creò come risultato una tendenza architettonica "degli anni Trenta", unica nel contesto internazionale, in quanto fusione originale di architettura moderna e storica» (Igor' Kazus'). Di conseguenza l'adozione della maestosità classica degli anni Trenta-Cinquanta – contrapposta agli effetti minimi del neo-classicismo – si poneva perfettamente nell'alveo dell'arte di realismo che abbisognava di essere nazionale nella forma e socialista nel contenuto. «La sostituzione dei modelli utopistici che avevano caratterizzato il periodo staliniano cambiò il tipo di richieste e l'orientamento del lavoro architettonico. L'utopia socialista degli anni di Chrušcëv non superò il livello del quarto piano» (Andrej Ikonnikov).

 

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© Giovanni Armillotta, 1998