Giovanni Armillotta
STALIN AUTOCRATE-ARTISTA
Dirò che anche per me, intellettuale e vecchio militante comunista, si pongono molti nuovi e difficili problemi. Nessun rimorso, ho detto, anzi orgoglio per aver tenacemente in questi venti anni difeso ed esaltato lUrss e con essa il compagno Stalin, non solo perché egli in quel periodo la rappresentava di fronte al mondo, ma anche per il suo grande contributo personale, che un esame critico dei suoi errori e sue colpe non annulla [...] continuo a considerare Stalin un classico del marxismo, uno dei più grandi pensatori e rivoluzionari della nostra epoca
Lucio Lombardo Radice, Aprile 1956 (1)
Non lo sciocco Nicola II, ma lui fu il vero erede e continuatore di Ivan IV e Pietro I. Fu tuttaltro che un incidente di percorso senza il quale il comunismo sarebbe stato tutto rose e fiori. Lui fu il comunismo: lui gli dette un senso, lui obbligò la storia a piegarsi per decenni dinanzi al mediocre filosofare del noioso Marx. Indro Montanelli ha scritto che Stalin è degno di un Plutarco o di uno Shakespeare. È vero: laddove gente come Eltsin o come Bush, messi insieme, non sono degni nemmeno della penna di Pittigrilli
Franco Cardini, Maggio 1993 (2)
[...] per mantenere ed esser fedeli alla vostra identità storica, voi non potete né condannare né rinnegare Stalin e lo stalinismo, senza i quali voi forse oggi neanche sareste!
Francesco Cossiga , Maggio 2004 (3)
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Ritratto di Stalin,
di Aleksander Gerasimov (1939)
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Spesso accade che circondati da brutture
e da volgarità di unipocrita ed estetizzante visione mass-midica
ci sfuggano appuntamenti fondamentali dellarte contemporanea. Se poi queste
mostre si svolgono fuori dItalia, è difficile che televisioni, radio,
periodici di massa, o altri organi dinformazione, diano la possibilità
al cittadino di venirne a conoscenza.
Non sono un critico darte e nemmeno un uomo daffari, quindi ringrazio
la Fortuna che lautorevole quotidiano economico-finanziario di Milano
Il Sole-24 Ore, dal 1983 pubblichi un raffinatissimo supplemento
diretto da Riccardo Chiaberge. Esce la domenica e si chiama appunto Domenicale:
a mio modesto avviso è una fra le più alte espressioni culturali mai partorite
da un giornale diario. Ed è stato proprio sul Domenicale del 26 ottobre 2003
che ho saputo della mostra Traumfabrik Kommunismus-Dream Factory Communismus
(La fabbrica dei sogni del comunismo), mostra dedicata allarte sovietica
di realismo socialista nellèra staliniana, della prestigiosa galleria
tedesca Schirn Kunsthalle di Francoforte sul Meno (24 settembre 2003-4
gennaio 2004). Larticolo in cui si presentava la manifestazione è Il
bello del comunismo di Walter Rauhe; non starò qui a parlare del bel pezzo
di Rauhe, non ne ha certo bisogno.
Colto da piacevole curiosità, dopo rapida ricerca sulla rete ho trovato il sito
web della Schirn Kunsthalle e, per mezzo di une-mail ho inviato
una richiesta di ricezione del prezioso Catalogo curato da Boris Groys
(professore di Filosofia e Teoria dei media alla Hochschule für Gestaltung
di Karlsruhe) e Max Hollein (direttore della Schirn Kunsthalle), edito
dalla Hatje Cantz Verlag di Ostfildern-Ruit; me lha spedito la cortesia
di Jürgen Budis, collega giornalista e addetto-stampa della manifestazione assieme
a Dorothea Apovnik.
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Il Catalogo della mostra
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Lo spessore della suddetta opera fa da contraltare alla grandiosità di quegli stessi edifici, i cui disegni già ammirai personalmente nel corso della mostra U.R.S.S. Anni 30-50 Paesaggi dellutopia staliniana (Torino, 5 aprile-29 giugno 1997, presso lAccademia Albertina delle Belle Arti), sulla quale Alessandro De Magistris ha scritto che
pochi momenti dellarchitettura e dellurbanistica del XX secolo invitano lo studioso a cimentarsi sui molteplici versanti della ricerca storiografica come gli anni del potere staliniano: un periodo fondamentale nella formazione della società sovietica, ma anche nella definizione della forma e dellassetto della città socialista e del suo immenso retroterra rurale. Con lapertura degli archivi ex sovietici, il lavoro dello storico attraverso le fonti e i documenti, oltre a essere agevolato, trae nuovi, straordinari stimoli. I tanti quesiti posti sulla linea di confine che separa gli eventi sociali ed economici e le trasformazioni spaziali cominciano infatti a ricevere risposte sempre più precise, delineando con sempre maggior nettezza le relazioni che hanno caratterizzato i mutamenti urbani e territoriali, i processi politici e amministrativi, i dibattiti teorici, le strategie progettuali.
Ma la complessità dellavvenimento tedesco
coglie lonnicomprensività dellepopea in studio. La mostra è dedicata
alluniversalità dellarte di realismo socialista durante lepoca
staliniana, tuttora poco conosciuta in Occidente. Come parte di una cultura
di massa organizzata centralisticamente, questa si basava su meccanismi pubblicitari
e strategie volte a diffondere altamente il proprio effetto propagandistico.
Cè una chiara rispondenza fra il realismo staliniano e la cultura di massa
statunitense di quel periodo. Le affinità fra quegli aspetti, commercialistico-occidentali
e ideologico-sovietici sono maggiormente dimostrate dal fatto che entrambi gli
schemi fossero stilistico-formativi e indirizzati alla gente nello stesso modo
la differenza era che un certo tipo di prodotti venissero offerti allo
standard di vita occidentale tout court, mentre soltanto uno, il comunismo,
era promosso in Unione Sovietica.
La rassegna, curata da Boris Groys e Zelfira Tregulova (vice direttrice dei
Musei del Cremlino) include opere di Kazimir Malevich, Gustav Klutsis, Aleksander
Deineka, Isaak Brodski e Aleksander Gerasimov; film di Dziga Vertov, Mikhail
Chiaureli e Grigorij Aleksandrov; ed anche espressioni della Sots Art
del livello di Erik Bulatov, Komar & Melamid, Ilya Kabakov e Boris Mikhailov.
I più recenti lavori della Sots Art e del Concettualismo Moscovita (larte
non ufficiale sovietica fra gli anni Sessanta e Settanta) rappresentano un commento
visivo della cultura staliniana che rifletteva gli eventi storici: essi esaminano
criticamente lestetica del regime bolscevico e segnano la distanza che
ci separa dalle sue opere, sia artisticamente che politicamente.
Lallestimento di Francoforte interagisce fra molteplici campi dazione,
dalla pittura e dal manifesto alla scultura, al magniloquente ed equilibrato
disegno architettonico fino al cinema. Molte opere provengono da collezioni
del calibro della Galleria Tretyakov; del Museo di Stato ROSIZO e degli Archivi
Centrali delle Mostre; del Museo Storico di Mosca; della Biblioteca Statale
Russa; e del Museo Centrale delle Forze Armate, accessibile al pubblico per
la prima volta dalla morte di Stalin avvenuta il 5 marzo 1953.
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Ritratto di Stalin, di Isaak
Brodski (1928)
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Max Hollein ha affermato:
Come parte di una serie di progetti dedicati a questioni decisive di rilevanza sociale La fabbrica dei sogni del comunismo è una mostra posta al centro del programma Schirn. In specie dopo la caduta del Muro, la globalizzazione e il cambiamento dei blocchi di potere e degemonia, è diventato assolutamente necessario rivalutare i modelli di rappresentazione degli Stati totalitari e riconsiderare le relazioni fra arte e potere.
Di concerto Boris Groys ha a sua volta ribadito che
larte staliniana di realismo socialista è stata unimmensa campagna di promozione a tamburo battente per ledificazione del comunismo. Lagit-prop bolscevico era molto più vicino allesempio pubblicitario occidentale che alla propaganda nazista; non aveva come obiettivo un gruppo elitario, piuttosto chiedeva al genere umano di acquistare un prodotto chiamato comunismo. Secondo questa linea, cera una cultura per le masse che allora non esisteva come tale, ma sarebbe divenuta la realtà del futuro.
Il periodo fra le due guerre mondiali fu essenzialmente unetà che vide fondamentali trasformazioni negli spazi pubblici e la formazione di una cultura di massa diffusa, che si sarebbe compenetrata in ogni aspetto. Essa, fondata essenzialmente sui mass-media film e manifesti consentiva la riproduzione e distribuzione di immagini in larghissima scala. Ma il meccanismo distributivo prevalse anche nella sfera tradizionale di pittura, scultura e architettura, che così acquisirono nuove funzioni e usi sociali.
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Disegno in concorso per il Palazzo
dei Soviet, di Boris Iofan, Vladimir Shchuko e Vladimir Gelfreikh
(1933)
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I regimi totalitari degli anni Venti-Quaranta del XX secolo,
dimostrarono di essere particolarmente radicali ed intransigenti per quanto
riguarda questa rivoluzione onnicomprensiva della cultura tradizionale. Lassunto
che, oggi, la cultura di massa sia primariamente considerata e analizzata come
un qualcosa di commerciale, conforme al mercato, non ci deve far dimenticare
che essa era, soprattutto, impostata ed adoperata per scopi politici nei primi
stadi del suo sviluppo.
La cultura sovietica nellèra di Stalin non soltanto figurava un esempio
fuori dal comune di cultura di massa centralizzata, ma ha avuto il più largo
lasso di tempo fra tutte le sovrastrutture totalitaristiche del genere. Stalin
era il mecenate, lacquirente e il soggetto stesso di numerose opere darte.
La realizzazione del suo grandioso piano di edificazione del socialismo in un
solo Paese; della politica di industrializzazione accelerata; e di collettivizzazione
agricola forzata, era accompagnato da un gigantesco apparato propagandistico.
Il culto della personalità attorno al Piccolo Padre e la divinizzazione di Lenin
alimentarono la produzione dimmagini intese a celebrare progetti e conquiste
del regime. La cultura visiva dellepoca staliniana era sia aspetto esteriore
che strumento di potere. La meravigliosa mostra della Schirn Kunsthalle
ci rivela i caratteri di questa cultura: quasi una multiforme fabbrica interdipendente
di ritratti disegnati per cambiare il volto di un intero impero.
Grazie alle proprie forme realistiche, questo tipo di arte sembrò essere gradevole,
chiara e facile da capire per le masse; delineò unimpresa compiutamente
ideologica in termini di contenuti e traguardi. Essa non poneva se stessa in
guisa di modello di vita, ma visualizzava il sogno collettivo di un mondo nuovo
e di un Uomo Nuovo. Dissimile dallarte nazista che era orientata
al passato la cultura dellèra staliniana restò lungimirante e non
può essere assolutamente ritenuta un semplice arretramento alla tradizione naturalistico-pittorica
del XIX secolo; piuttosto era costruita sullavanguardia russa, da sempre
in lotta per la totale palingenesi della vita estetica e politica. Sebbene facesse
affidamento su diversi mezzi artistici e politici, essa perseguì il suo scopo:
limpero dei Soviet come opera darte nazionale; il realismo socialista
come sintesi di cultura e potere; Stalin come Artista-Autocrate dirigente.
Ciò segnò la svolta dalla Grande Utopia della prima avanguardia
dinizio XX secolo sino agli anni Venti-Trenta alla Nuova Utopia,
che abbracciava tutto il genere umano nella concezione marxista-leninista.
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Gloria al Grande Stalin - Architetto
del Comunismo, Manifesto di Nikolaj Petrov e Konstantin Ivanov (1952)
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Note
1): Ruggero Guarini e Giuseppe
Saltarini, I Primi della classe. Il culturcomunismo dal 1944 al 1964: unantologia
per ricordare, SugarCo, Milano,1978, pp.69-70 (i quali, a loro volta, citano
L.R.R. da Il Contemporaneo, N. 15, 14 aprile 1956)
2): Franco Cardini, Lo zar Stalin
il Grande, Il Sabato, XVI (1993), N. 22 (22 maggio),
p. 63.
3): Francesco Cossiga, La storia
non si fa con i se e i ma, Liberazione,
15 maggio 2004, Inserto, p. III