"METODO", N. 20/2004

Giovanni Armillotta
STALIN AUTOCRATE-ARTISTA

Dirò che anche per me, intellettuale e “vecchio” militante comunista, si pongono molti nuovi e difficili problemi. Nessun “rimorso”, ho detto, anzi orgoglio per aver tenacemente in questi venti anni difeso ed esaltato l’Urss e con essa il compagno Stalin, non solo perché egli in quel periodo la rappresentava di fronte al mondo, ma anche per il suo grande contributo personale, che un esame critico dei suoi errori e sue colpe non annulla [...] continuo a considerare Stalin un classico del marxismo, uno dei più grandi pensatori e rivoluzionari della nostra epoca

Lucio Lombardo Radice, Aprile 1956 (1)

 

Non lo sciocco Nicola II, ma lui fu il vero erede e continuatore di Ivan IV e Pietro I. Fu tutt’altro che un “incidente di percorso” senza il quale il comunismo sarebbe stato tutto rose e fiori. Lui fu il comunismo: lui gli dette un senso, lui obbligò la storia a piegarsi per decenni dinanzi al mediocre filosofare del noioso Marx. Indro Montanelli ha scritto che Stalin è degno di un Plutarco o di uno Shakespeare. È vero: laddove gente come Eltsin o come Bush, messi insieme, non sono degni nemmeno della penna di Pittigrilli

Franco Cardini, Maggio 1993 (2)

 

[...] per mantenere ed esser fedeli alla vostra identità storica, voi non potete né condannare né rinnegare Stalin e lo stalinismo, senza i quali voi forse oggi neanche sareste!

Francesco Cossiga , Maggio 2004 (3)

Ritratto di Stalin, di Aleksander Gerasimov (1939)

Spesso accade che – circondati da brutture e da volgarità di un’ipocrita ed estetizzante visione mass-midica – ci sfuggano appuntamenti fondamentali dell’arte contemporanea. Se poi queste mostre si svolgono fuori d’Italia, è difficile che televisioni, radio, periodici di massa, o altri organi d’informazione, diano la possibilità al cittadino di venirne a conoscenza.
Non sono un critico d’arte e nemmeno un uomo d’affari, quindi ringrazio la Fortuna che l’autorevole quotidiano economico-finanziario di Milano “Il Sole-24 Ore”, dal 1983 pubblichi un raffinatissimo supplemento diretto da Riccardo Chiaberge. Esce la domenica e si chiama appunto Domenicale: a mio modesto avviso è una fra le più alte espressioni culturali mai partorite da un giornale diario. Ed è stato proprio sul Domenicale del 26 ottobre 2003 che ho saputo della mostra Traumfabrik Kommunismus-Dream Factory Communismus (La fabbrica dei sogni del comunismo), mostra dedicata all’arte sovietica di realismo socialista nell’èra staliniana, della prestigiosa galleria tedesca Schirn Kunsthalle di Francoforte sul Meno (24 settembre 2003-4 gennaio 2004). L’articolo in cui si presentava la manifestazione è Il bello del comunismo di Walter Rauhe; non starò qui a parlare del bel pezzo di Rauhe, non ne ha certo bisogno.
Colto da piacevole curiosità, dopo rapida ricerca sulla rete ho trovato il sito web della Schirn Kunsthalle e, per mezzo di un’e-mail ho inviato una richiesta di ricezione del prezioso Catalogo curato da Boris Groys (professore di Filosofia e Teoria dei media alla Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe) e Max Hollein (direttore della Schirn Kunsthalle), edito dalla Hatje Cantz Verlag di Ostfildern-Ruit; me l’ha spedito la cortesia di Jürgen Budis, collega giornalista e addetto-stampa della manifestazione assieme a Dorothea Apovnik.

Il Catalogo della mostra

Lo spessore della suddetta opera fa da contraltare alla grandiosità di quegli stessi edifici, i cui disegni già ammirai personalmente nel corso della mostra U.R.S.S. Anni ’30-’50 Paesaggi dell’utopia staliniana (Torino, 5 aprile-29 giugno 1997, presso l’Accademia Albertina delle Belle Arti), sulla quale Alessandro De Magistris ha scritto che

pochi momenti dell’architettura e dell’urbanistica del XX secolo invitano lo studioso a cimentarsi sui molteplici versanti della ricerca storiografica come gli anni del potere staliniano: un periodo fondamentale nella formazione della società sovietica, ma anche nella definizione della forma e dell’assetto della città ‘socialista’ e del suo immenso retroterra rurale. Con l’apertura degli archivi ex sovietici, il lavoro dello storico attraverso le fonti e i documenti, oltre a essere agevolato, trae nuovi, straordinari stimoli. I tanti quesiti posti sulla linea di confine che separa gli eventi sociali ed economici e le trasformazioni spaziali cominciano infatti a ricevere risposte sempre più precise, delineando con sempre maggior nettezza le relazioni che hanno caratterizzato i mutamenti urbani e territoriali, i processi politici e amministrativi, i dibattiti teorici, le strategie progettuali.

Ma la complessità dell’avvenimento tedesco coglie l’onnicomprensività dell’epopea in studio. La mostra è dedicata all’universalità dell’arte di realismo socialista durante l’epoca staliniana, tuttora poco conosciuta in Occidente. Come parte di una cultura di massa organizzata centralisticamente, questa si basava su meccanismi pubblicitari e strategie volte a diffondere altamente il proprio effetto propagandistico. C’è una chiara rispondenza fra il realismo staliniano e la cultura di massa statunitense di quel periodo. Le affinità fra quegli aspetti, commercialistico-occidentali e ideologico-sovietici sono maggiormente dimostrate dal fatto che entrambi gli schemi fossero stilistico-formativi e indirizzati alla gente nello stesso modo – la differenza era che un certo tipo di prodotti venissero offerti allo standard di vita occidentale tout court, mentre soltanto uno, il comunismo, era promosso in Unione Sovietica.
La rassegna, curata da Boris Groys e Zelfira Tregulova (vice direttrice dei Musei del Cremlino) include opere di Kazimir Malevich, Gustav Klutsis, Aleksander Deineka, Isaak Brodski e Aleksander Gerasimov; film di Dziga Vertov, Mikhail Chiaureli e Grigorij Aleksandrov; ed anche espressioni della Sots Art del livello di Erik Bulatov, Komar & Melamid, Ilya Kabakov e Boris Mikhailov. I più recenti lavori della Sots Art e del Concettualismo Moscovita (l’arte non ufficiale sovietica fra gli anni Sessanta e Settanta) rappresentano un commento visivo della cultura staliniana che rifletteva gli eventi storici: essi esaminano criticamente l’estetica del regime bolscevico e segnano la distanza che ci separa dalle sue opere, sia artisticamente che politicamente.
L’allestimento di Francoforte interagisce fra molteplici campi d’azione, dalla pittura e dal manifesto alla scultura, al magniloquente ed equilibrato disegno architettonico fino al cinema. Molte opere provengono da collezioni del calibro della Galleria Tretyakov; del Museo di Stato ROSIZO e degli Archivi Centrali delle Mostre; del Museo Storico di Mosca; della Biblioteca Statale Russa; e del Museo Centrale delle Forze Armate, accessibile al pubblico per la prima volta dalla morte di Stalin avvenuta il 5 marzo 1953.

Ritratto di Stalin, di Isaak Brodski (1928)

Max Hollein ha affermato:

Come parte di una serie di progetti dedicati a questioni decisive di rilevanza sociale La fabbrica dei sogni del comunismo è una mostra posta al centro del programma Schirn. In specie dopo la caduta del Muro, la globalizzazione e il cambiamento dei blocchi di potere e d’egemonia, è diventato assolutamente necessario rivalutare i modelli di rappresentazione degli Stati totalitari e riconsiderare le relazioni fra arte e potere.

Di concerto Boris Groys ha a sua volta ribadito che

l’arte staliniana di realismo socialista è stata un’immensa campagna di promozione a tamburo battente per l’edificazione del comunismo. L’agit-prop bolscevico era molto più vicino all’esempio pubblicitario occidentale che alla propaganda nazista; non aveva come obiettivo un gruppo elitario, piuttosto chiedeva al genere umano di acquistare un prodotto chiamato comunismo. Secondo questa linea, c’era una cultura per le masse che allora non esisteva come tale, ma sarebbe divenuta la realtà del futuro.

Il periodo fra le due guerre mondiali fu essenzialmente un’età che vide fondamentali trasformazioni negli spazi pubblici e la formazione di una cultura di massa diffusa, che si sarebbe compenetrata in ogni aspetto. Essa, fondata essenzialmente sui mass-media – film e manifesti – consentiva la riproduzione e distribuzione di immagini in larghissima scala. Ma il meccanismo distributivo prevalse anche nella sfera tradizionale di pittura, scultura e architettura, che così acquisirono nuove funzioni e usi sociali.

Disegno in concorso per il Palazzo dei Soviet, di Boris Iofan, Vladimir Shchuko e Vladimir Gelfreikh (1933)

I regimi totalitari degli anni Venti-Quaranta del XX secolo, dimostrarono di essere particolarmente radicali ed intransigenti per quanto riguarda questa rivoluzione onnicomprensiva della cultura tradizionale. L’assunto che, oggi, la cultura di massa sia primariamente considerata e analizzata come un qualcosa di commerciale, conforme al mercato, non ci deve far dimenticare che essa era, soprattutto, impostata ed adoperata per scopi politici nei primi stadi del suo sviluppo.
La cultura sovietica nell’èra di Stalin non soltanto figurava un esempio fuori dal comune di cultura di massa centralizzata, ma ha avuto il più largo lasso di tempo fra tutte le sovrastrutture totalitaristiche del genere. Stalin era il mecenate, l’acquirente e il soggetto stesso di numerose opere d’arte. La realizzazione del suo grandioso piano di edificazione del socialismo in un solo Paese; della politica di industrializzazione accelerata; e di collettivizzazione agricola forzata, era accompagnato da un gigantesco apparato propagandistico. Il culto della personalità attorno al Piccolo Padre e la divinizzazione di Lenin alimentarono la produzione d’immagini intese a celebrare progetti e conquiste del regime. La cultura visiva dell’epoca staliniana era sia aspetto esteriore che strumento di potere. La meravigliosa mostra della Schirn Kunsthalle ci rivela i caratteri di questa cultura: quasi una multiforme fabbrica interdipendente di ritratti disegnati per cambiare il volto di un intero impero.
Grazie alle proprie forme realistiche, questo tipo di arte sembrò essere gradevole, chiara e facile da capire per le masse; delineò un’impresa compiutamente ideologica in termini di contenuti e traguardi. Essa non poneva se stessa in guisa di modello di vita, ma visualizzava il sogno collettivo di un mondo nuovo e di un Uomo Nuovo. Dissimile dall’arte nazista – che era orientata al passato – la cultura dell’èra staliniana restò lungimirante e non può essere assolutamente ritenuta un semplice arretramento alla tradizione naturalistico-pittorica del XIX secolo; piuttosto era costruita sull’avanguardia russa, da sempre in lotta per la totale palingenesi della vita estetica e politica. Sebbene facesse affidamento su diversi mezzi artistici e politici, essa perseguì il suo scopo: l’impero dei Soviet come opera d’arte nazionale; il realismo socialista come sintesi di cultura e potere; Stalin come Artista-Autocrate dirigente.
Ciò segnò la svolta dalla Grande Utopia – della prima avanguardia d’inizio XX secolo sino agli anni Venti-Trenta – alla Nuova Utopia, che abbracciava tutto il genere umano nella concezione marxista-leninista.

Gloria al Grande Stalin - Architetto del Comunismo, Manifesto di Nikolaj Petrov e Konstantin Ivanov (1952)

 

Note
1): Ruggero Guarini e Giuseppe Saltarini, I Primi della classe. Il culturcomunismo dal 1944 al 1964: un’antologia per ricordare, SugarCo, Milano,1978, pp.69-70 (i quali, a loro volta, citano L.R.R. da “Il Contemporaneo”, N. 15, 14 aprile 1956)
2): Franco Cardini, Lo zar Stalin il Grande, “Il Sabato”, XVI (1993), N. 22 (22 maggio), p. 63.
3): Francesco Cossiga, La storia non si fa con i ‘se’ e i ‘ma’, “Liberazione”, 15 maggio 2004, Inserto, p. III