"METODO", N. 21/2005

Giovanni Armillotta
(Università degli Studi di Pisa)
COMMENTO ALLA SECONDA SCENA DELL’ATTO PRIMO
DEL RICCARDO III DI SHAKESPEARE

A Note about Shakespeare’s Richard III (Act I-Scene II)
Translation from Italian into English by Tony Davies and Charles Young

Il disegno machiavellico dello Stato – preannunciante Westfalia e Osnabrück – laddove intravede per il Principe la concezione del potere, magistralmente in Shakespeare esalta la Donna come specchio di sublimazione e soddisfacimento di se stessa e, solo successivamente, dell’Uomo di Governo.Il corteggiamento del Duca di Gloucester (futuro Riccardo III) a Lady Anna – lungi dall’essere un momento di desiderio carnale – anela invece l’erotismo dell’imperio, la copula archetipa che partorisce il Regno: il figlio – nella visione femminile – ragione sola e bestiale della ventura Regina quale pars unigenita, e – nella concezione autocratica – perpetuatio sui del prossimo Re.
Ossia il Vero Amore, non gli immortali deliri onirici di Robert Schumann, oppure le smancerie mass-mediatiche del più becero anglo-americanismo “spottizzante”. Rammentiamo le Sue parole nella Terza Parte dell’Enrico VI (V, vi 81-84): “Non ho fratelli; non ho in me niente d’un fratello; / e quell’amore che i barbagrigi dicono divino, / può andar bene per gli uomini in serie – l’uno val l’altro / ma non per me. Io sono esclusivamente me stesso”.
Riccardo di Gloucester, non ancora Re, è accanto al cadavere di Enrico VI, che il gobbo York ha assassinato. Vicina al tragico protagonista è Lady Anna, vedova di Edoardo, figlio del defunto re e ammazzato anch’egli dallo Storpio.
È la più alta scena d’amore che il genio umano abbia mai scritto: la fatuità femminile che si fonde con l’ambizione maschile. L’esaltazione della Donna Ideale sull’ipocrisia dell’ordinarietà mulìebre, con cui la donna normale tenta miseramente di addossare al maschio la conservatoria del piacere, spacciandosi ella per “martire” e agnello sacrificale del sus communis.
Lady Anna, ruolo politicamente scorretto, ma fœmina triumphans la quale giustifica e unisce la propria esistenza con e alla regalità, per il tramite di un’apparente vanità, in guisa di strumento onde celare la sete di magnificenza. Riccardo, invece, semplicemente uomo: il suo è il diritto a vivere, e non a rassegnarsi alla natura matrigna. La cruda umanità di Riccardo – il quale, essendo deforme, non può ambire alla res publica per il comune senso della morale coeva (ed attuale!) – gustiamola all’espressione dell’immortale replica ad Anna:
Anna “Non c’è belva feroce che non possieda un briciolo di pietà; ma tu, furfante, non conosci legge: né di Dio né degli uomini”
Gloucester “No, non ne conosco; e dunque non sono una belva”

Riccardo non è Homburg, che “sogna la gloria dalla catena d’oro dell’Elettore” (Luigi Lunari) – l’ultimo Plantageneto è la gloria stessa con le dita che annaspano nel sangue.
Lui è la Storia.


Ma meglio delle parole segua il testo, non spesso rappresentato in Italia, e ancor meno citato, per le ragioni dianzi esposte:

Riccardo III, Atto Primo, Seconda Scena

Londra. Un’altra strada

Portano la salma di re Enrico VI steso su una bara scoperta; scortato da una guardia d’onore di nobili, armati di alabarde e seguito da Lady Anna in gramaglie

Anna Posate, posate giù l’onorato carico (se l’onore può essere ravvolto in un sudario e chiuso in una bara) che io possa levare, secondo il rito, il mio lamento funebre sulla fine immatura del virtuoso Lancaster. Misera spoglia d’un re santo, fredda come una chiave: – pallida cenere della casata dei Lancaster, relitto esangue di sangue reale! Mi sia lecito, Enrico, evocare l’ombra tua ad ascoltar qui il lamento della misera Anna, la vedova di Edoardo figlio tuo, assassinato da quella stessa mano che ha aperto queste tue ferite. Ecco, su queste finestre donde volò via la tua vita, io verso il vano balsamo dei miei poveri occhi. Maledetta la mano che aperse questi squarci; maledetto sia il cuore che ebbe cuore di farlo; maledetto quel sangue che versò questo sangue. Sul maledetto furfante che ci ha piombati tutti nella sciagura con la tua morte, scenda un castigo più tremendo di quello che auguro ai ragni, ai rospi, alle vipere, agli altri velenosi rettili che vanno strisciando sulla terra. Se mai egli avrà un figlio, gli nasca un mostro; un aborto dato alla luce innanzi il giusto termine, che col suo aspetto mostruoso sgomenti, alla vista, le dolci speranze di sua madre: tale sia l’erede della paterna infamia. E se avrà moglie, sia essa afflitta per la morte sua da più dolore del mio per la tua morte e per quella del mio tenero sposo. Su, ora, a Chertsey col vostro sacro peso che da San Paolo avete portato fin qui e che recate là al suo sepolcro. – E quando sarete stanchi di sostenerlo, posatelo, che io possa fare un nuovo lamento sulla salma del re Enrico.

I portatori sollevano la salma e tutti si dispongono a proseguire.
Entra Gloucester.

Gloucester Fermi! Voi che portate la bara, posatela.
Anna Quale nero stregone ha evocato qui il demonio a turbare la santa carità del funerale?
Gloucester Giù, furfanti, mettete giù la salma o per san Paolo farò una salma di chi disobbedisce.
Primo Gentiluomo Indietro, monsignore, date il passo al feretro.
Gloucester Cagnaccio screanzato, fermati, quando te lo comando io! Toglimi di sotto il naso questa tua alabarda o per san Paolo ti stendo a calci, straccione temerario.

I portatori posano la bara.

Anna E che? Tremate tutti di paura? Ahimè, non posso farvene una colpa: siete mortali e l’occhio mortale non sopporta la vista del demonio. Va’ via, tu, orribile ministro d’inferno. Hai potestà sui corpi, tu; l’anima sua non puoi averla: va’ via!
Gloucester O santa soavissima, in nome della carità, non essere così proterva.
Anna Sozzo demonio, in nome di Dio, lasciaci in pace e vattene; tu d’una terra felice ti sei fatto un inferno pieno di maledizioni e di profondi lamenti. Se tutto il tuo piacere è nel vedere i tuoi misfatti, guarda questo modello delle tue stragi. Signori, guardate qui, guardate! Le ferite di Enrico ucciso aprono le loro bocche raggelate e stillano nuovo sangue. Vergogna a te! Vergogna, deformità orrenda, mucchio di luridume! È la tua presenza a trarre questo nuovo sangue da vene vuote e raggelate. Il tuo misfatto snaturato provoca questa pioggia innaturale. Dio, che hai creato questo sangue, vendica l’assassinio! Terra, che bevi questo sangue, vendica l’assassinio! Folgora, o cielo, l’assassino e stendilo qui a terra morto; e tu spalancati, o terra, a ingoiarlo, come ti sei ingoiato il sangue vivo di questo re, il buon re che il braccio di costui, guidato dall’inferno, ha così dilaniato.
Gloucester Signora bella, voi dimenticate quel precetto di carità, che vuole sia reso per male bene e per maledizione benedizione.
Anna Non c’è belva feroce che non possieda un briciolo di pietà; ma tu, furfante, non conosci legge: né di Dio né degli uomini.
Gloucester No, non ne conosco; e dunque non sono una belva.
Anna O prodigio, quando i demoni dicono la verità!
Gloucester Più prodigio, quando gli angeli sono cosi collerici! Concedi, o divina perfezione di donna, ch’io possa scagionarmi punto per punto dei miei supposti delitti.
Anna Concedi, anima d’uomo tutta marcia di cancrena che io per tutti i tuoi notori delitti, possa punto per punto maledirti, o stramaledetto!
Gloucester O più bella che non ti possa dire umana lingua, concedimi più pacato agio di farmi assolvere da te.
Anna O più turpe che non possa sentirti cuore umano, non hai che un modo per essere assolto: impiccarti.
Gloucester Un tale gesto di disperazione mi accuserebbe.
Anna Ti assolverebbe la tua disperazione; che compiresti la giusta vendetta su te stesso delle inique stragi che hai fatto, degli altri.
Gloucester E se non li avessi uccisi io?
Anna Allora, non sono morti: ma morti sono, assassinati da te, mostro d’inferno.
Gloucester Vostro marito non l’ho ucciso io.
Anna Allora è vivo.
Gloucester No. È morto. Ma per mano d’Edoardo.
Anna Tu menti, gola infame! La vecchia regina Margherita rivide in mano, fumante del sangue di lui, il pugnale omicida che già stavi per piantare nel petto anche a lei, se non ne avessero sviato il colpo i tuoi fratelli.
Gloucester Fui provocato dalla sua lingua calunniosa che voleva scaricare sulle mie spalle non colpevoli il peso della loro colpa.
Anna Tu dal tuo istinto sanguinario, fosti provocato; che non sogni altro che stragi, tu, demonio! E questo re non l’hai ucciso tu?
Gloucester Concedo.
Anna Ah lo concedi, mostro? E allora Dio mi conceda che tu sia dannato anche per questo tuo delitto orrendo. Oh era così dolce gentile e virtuoso!
Gloucester Dunque più adatto al cielo che ora l’ha con sé.
Anna Sì; lui è in cielo. Dove tu non entrerai.
Gloucester Dovrebbe dunque ringraziarmi, se l’ho aiutato a salir fin lassù, in luogo adatto a lui più della terra.
Anna Come per te l’unico luogo adatto è l’inferno.
Gloucester Un altro c’è, se voleste permettermi di nominarlo.
Anna La prigione.
Gloucester La tua camera da letto.
Anna Sia tormentato dall’insonnia il letto dove ti stendi.
Gloucester E sarà, bella dama, finché non mi stenderò al vostro fianco.
Anna Lo spero.
Gloucester Lo so. Ma, dolce lady Anna, lasciando ora da parte queste schermaglie argute, e scendendo a modi più distesi, ditemi: non è l’istigatore della immatura morte di questi due Plantageneti – Enrico e Edoardo – colpevole quanto l’esecutore?
Anna Tu, solo tu, fosti l’istigatore e il maledettissimo strumento.
Gloucester La tua bellezza fu la causa di quell’effetto; solo la tua bellezza, che nel sonno mi visitava e m’avrebbe sospinto a massacrare l’intero mondo, per sentirmi vivere un’ora sola sul tuo dolcissimo seno.
Anna Se dovessi pensarlo – sta’ sicuro, assassino! – la mia bellezza me la strapperei tutta dal volto con queste unghie.
Gloucester E come potrebbero resistere i miei occhi a tale scempio? Mai io non te la lascerei guastare cosi, la tua bellezza, quando fossi al tuo fianco. Come si rallegra del sole l’universo, così m’allieto io della tua bellezza, mia luce del giorno e vita mia.
Anna Nera notte spenga il tuo giorno, e morte, la tua vita.
Gloucester Non maledire te stessa, bella creatura, ché sei luce e vita per me.
Anna Vorrei che cosi fosse, per vendicarmi.
Gloucester Azione contro natura, vendicarti di chi ti ama.
Anna Azione giusta e umana, vendicarmi di chi m’ha ucciso il marito.
Gloucester Chi ti ha ucciso il marito, mia signora, lo ha fatto per offrirtene uno migliore.
Anna Uno migliore non respira su questa terra.
Gloucester Uno c’è, vivo, che ti ama più che non sapesse lui.
Anna Di’ il nome.
Gloucester Plantageneto.
Anna Oh, Plantageneto era lui!
Gloucester Lo stesso nome, ma uno di miglior tempra.
Anna E dov’è?
Gloucester Qui.

Anna gli sputa in faccia.

Gloucester Perché mi sputi in faccia?
Anna Un veleno mortale, vorrei che fosse, per te.
Gloucester Mai non uscì veleno da una fonte così soave.
Anna Mai non portò veleno sul dorso un più schifoso rospo. Fuori dalla mia vista! Mi ferisci gli occhi.
Gloucester I tuoi occhi, signora soave, hanno ferito i miei.
Anna Fossero basilischi a stenderti morto.
Gloucester Oh sì! E morire subito qui: che mi fanno una vita di morte. I tuoi occhi hanno tratto dai miei amare lacrime, copiose come quelle dei fanciulli: e ne sono umiliato di vergogna. Questi miei occhi da cui non scese lacrima di pietà nemmeno quando mio padre York e Edoardo piansero al lamentoso gemito di Rutland allorché gli vibrò la stoccata il tenebroso Clifford. Né quando tuo padre, magnifico soldato, raccontò la morte di mio padre e venti volte s’interruppe in singhiozzi e pianto, mentre le guance degli astanti, intorno, stillavano come arbusti sotto la pioggia. In quei momenti di dolore i miei occhi virili respinsero l’umile lacrima. Ma quelle che non riuscì a strapparmi tanto orrore, è riuscita a strapparle la tua bellezza: e ad accecare di pianto le mie pupille. Mai non ho pregato né un amico né un nemico; né ho disposto le labbra o la parola alla lusinga: ma ora che il premio è la tua bellezza, il mio cuore superbo incita la mia lingua e la muove a parlare.

Anna lo guarda con disprezzo.

Gloucester Non insegnare tanto scherno alle tue labbra, che sono nate per i baci, non per il disprezzo, dolce signora. Se il tuo cuore ha tanta sete di vendetta che non può perdonarmi, ecco, a te, prendi questa mia spada affilata, e immergila, se vuoi, in questo cuore sincero a trarne l’anima che ti adora; eccolo a te; lo scopro al tuo colpo mortale, e umilmente, in ginocchio, imploro da te la morte. (Si scopre il petto).

Ella fa l’atto di colpirlo.

Gloucester Non esitare, no: io, ti ho ucciso il re Enrico – ma fu la tua bellezza a spingermi; presto, colpisci! – io, ti ho pugnalato il giovane Edoardo...

Di nuovo ella fa l’atto di colpirlo.

Gloucester ...ma è stato il tuo viso d’angelo a incitarmi.

Ella lascia cadere la spada.

Gloucester E ora o raccogli la spada o prendi me.
Anna Alzati, falsità. Sebbene io voglia la tua morte, non voglio essere io il tuo giustiziere.
Gloucester Comanda, allora, che io mi uccida: e lo farò.
Anna Te l’ho già comandato.
Gloucester Nell’impeto dell’ira. Ripetilo: e questa mano che per amore di te ha ucciso il tuo amore, ucciderà per amore di te un amore molto più fedele: cagione tu dell’una morte e dell’altra.
Anna Poter conoscere il tuo cuore!
Gloucester
È tutto nelle mie parole.
Anna Falsi l’uno e le altre, temo.
Gloucester E allora non è mai esistito un uomo sincero.
Anna Va’, va’. Raccogli la tua spada.
Gloucester E allora di’: è pace tra noi?
Anna Più tardi lo saprai.
Gloucester Ma potrò almeno vivere di questa speranza?
Anna Come vive, spero, ogni uomo vivente.
Gloucester Accetta questo anello.
Anna Prendere non è dare. (Se lo mette al dito).
Gloucester Guarda come il mio anello stringe il tuo dito. Così il tuo seno stringe il mio povero cuore. Porta via l’uno e l’altro con te, che l’uno e l’altro sono cosa tua. E ora se il tuo povero devoto servo può impetrare dalla tua graziosa mano una grazia, confermerai la sua felicità in eterno.
Anna Quale grazia?
Gloucester Che vogliate lasciare il triste rito funebre a chi ha la maggior cagione di lacrimare dietro a questa salma; e di recarvi subito a casa Crosby dove, dopo che avrò solennemente sepolto questo nobile re al monastero di Chertsey e versate sulla sua fossa lacrime di pentimento, in tutta fretta verrò a rendervi i dovuti omaggi. Per diverse altre cagioni ora segrete, vi scongiuro di accordarmi questa grazia.
Anna Con tutto il cuore: e lieta di vedervi così pentito. Tressel e Berkeley, andiamo: accompagnatemi.
Gloucester Datemi il buon saluto...
Anna È più del vostro merito. Ma poiché m’insegnate a lusingare, fate pur conto che io ve l’abbia dato già. Addio.

Exeunt [Tressel e Berkeley] con Anna.

Gloucester Signori, risollevate la bara.
Gentiluomo Per Chertsey, monsignore?
Gloucester No. Ai White-Friars. Aspettatemi là.

Exeunt.

Gloucester Ci fu mai donna in tale stato d’animo corteggiata? Ci fu mai donna in tale stato d’animo sedotta? La voglio. Ma non per molto tempo. Non la terrò. Ma come? Io, che le ho ammazzato suocero e marito, me la conquisto mentre le sgorga l’odio dal cuore; e ha piena la bocca di maledizioni e di pianto gli occhi. E lì, presenti, il testimonio sanguinolento del suo giusto sdegno e Dio e la sua coscienza e tanti altri ostacoli a fare una vera e propria barriera contro di me; e io, senz’altro amico a sostegno per la mia istanza che il demonio a viso tutto scoperto e il mio sguardo bugiardo, la convinco; un nulla contro un mondo. Puah! Ha, quella, già scordato il valoroso principe Edoardo suo signore che io – non più tardi di tre mesi fa – furibondo di collera sgozzai a Tewksbury? Un così dolce e amabile nobiluomo, creato da natura in un momento di prodigalità: giovane, prode e cosi tutto-re che il mondo quant’è grande non ne vedrà mai un altro; e lei avvilisce il suo sguardo posandolo su me che ho falciato la dorata primavera di quel dolce principe e ho ridotta lei vedova a un letto di dolore; io, che tutto intero non valgo la metà di quel buonanima. Su me: su questo sgorbio zoppo e sbagliato! Gioco il mio ducato contro un pence che sulla mia persona fino a oggi io ho preso abbaglio; se lei, per san Paolo, mi trova – io no, però, – un sole di splendore. Spendermi un patrimonio in uno specchio, voglio, e ingaggiare un paio di dozzine di sarti a studiare i modelli da fare di me un figurino affascinante. Poiché arrancando sono arrivato ad acquistare stima di me, voglio tenermi su senza badare a spese. Ma prima c’è quel brav’uomo là da sistemare. Dopo me ne andrò a versar lacrime sul seno della mia bella. E finché non mi sia comperato uno specchio, risplendi sole bello, ch’io possa ammirarmi nella mia ombra, passo per passo andando.

Exit.

Bibl.: William Shakespeare, Teatro, Einaudi, Torino, 1960, I vol., Riccardo III, pp. 327-336: traduzione di Cesare Vico Lodovici

 

Giovanni Armillotta
(University of Pisa - Essayist and Journalist)
A NOTE ABOUT SHAKESPEARE’S RICHARD III (ACT I-SCENE II)
Translation from Italian into English by Tony Davies (*) and Charles Young (**)

Whereas the Machiavellian conception of the State – forerunner as it is of the absolutism of Westphalia and Osnabrück – identifies its conception of power with the figure of the Prince himself, in Shakespeare it magisterially exalts the Lady, primarily as a form of sublimation and realisation of herself, and only secondarily of the man of authority.
The wooing by the Duke of Gloucester (the future Richard III) of Lady Anne, far from being a manifestation of physical desire, points to the eroticisation of command, the archetypal coupling that gives birth to Kingship: the son as – from the feminine viewpoint – sole and carnal justification of the future Queen as pars unigenita, and, in absolutist terms – perpetuatio sui of the King to be.
This, then, is True Love: not the deathless, dreamlike raptures of Robert Schumann, still less the mass-media sentimentality of the trashiest Anglo-American popular culture. Recall Gloucester’s own words in Henry VI Part III (V, vi 81-84): “I have no brother, I am like no brother, / And this word ‘love’, which greybeards call divine, / Be resident in men like one another / And not in me: I am myself alone”.
Richard of Gloucester, not yet King, stands over the corpse of Henry VI, whom he himself, the hunchback York, has killed. Alongside the tragic protagonist stands Lady Anne, widow of Edward, son of the dead King, also murdered by Crookback.
It is the most sublime love yet devised by human genius: feminine vanity conspiring with masculine ambition; the exaltation of the Ideal Woman above the hypocrisy of ordinary Womankind, by which the mere woman attempts pitiably to burden the male with her role as guardian of pleasure, hawking herself about as a “martyr” and the sus communis’ sacrificial lamb.
Lady Anne: a politically incorrect figure, but a fœmina triumphans who justifies and integrates her own existence by and in royalty, through the appearance of vanity – a device to conceal her hunger for glory. Richard, by contrast, simply a man: his is the right to live, in defiance of Stepmother Nature. The raw humanity of Richard, who, being a cripple, could not, in contemporary (and modern!) opinion, enjoy the freedom of the res publica (public realm), breaks out in the language of his immortal riposte to Anne:
Anne “No beast so fierce but knows some touch of pity”
Gloucester “But I know none, and therefore am no beast”
Richard is no Homburg, “dreaming of the glory of the Elector’s golden chain”. The last Plantagenet is Glory itself with its fingers dripping blood.
He is History.

(*): former Professor of English at Birmingham University
(**): from Oxford University

* * *

© 2005

Visitatori dall’8 giugno 2005: 1.686 +