"METODO", N. 21/2005

Gert Schwaner
(Candidatus Magister in Storia presso il Dipartimento di Romanistica
dell’Università di Århus – Danimarca)

TANGENTOPOLI

Introduzione

 

Tangentopoli è il neo “toponimo” conferito alla città di Milano quando come un’onda di maremoto le inchieste – del Pool di Magistrati di Milano su concussione e corruzione tra il mondo della Pubblica Amministrazione, i partiti politici e il mondo affaristico di giorno in giorno fin dal 1992 – fornivano, al pubblico stupito, nuove rivelazioni di truffa e pagamenti sottobanco.

La corruzione politico-amministrativa nella società italiana era tutt’altro che un fenomeno sconosciuto ma le indagini scoprivano un sistema di mazzette, tangenti e appalti truccati che costituiva un modo di vivere profondamente radicato nel mondo delle società imprenditoriali e dei partiti politici: un vero e proprio inquinamento dell’ambiente.

Per me Tangentopoli è stata una città virtuale, fatta di malaffare, di lottizzazione, raccomandazioni e voti di scambio, dove la gestione della politica era finalizzata agli interessi personali o di parte, piuttosto che agli interessi generali”[1].

Le indagine conquistavano le prime pagine dei giornali; politici e affaristi a centinaia erano denunciati e condannati, i magistrati diventavano eroi nazionali, i due grandi partiti, Democrazia Cristiana e Partito Socialista Italiano, crollavano e con loro la prima Repubblica italiana. Un nuovo partito emergeva: Forza Italia, il cui capo, Silvio Berlusconi, dichiaratamente ostile alla Magistratura, perseguiva il potere politico, cercando di disarmare la legge.

Di quelli eventi – carichi anche di tragici drammi personali, animosità e opportunismo – tratta questo compito. E rifacendomi per alcuni spunti al libro di Maurizio Cotta e Pierangelo Isernia – Il gigante dai piedi di argilla – vorrei anche tentare di chiarire com’è avvenuto il crollo d’un sistema partitico e politico che era stato caratterizzato nell’arco di più di quarant’anni da una notevole continuità e saldezza.

 

La valanga precipita

Secondo la cronaca l’inchiesta di “Mani pulite” si è scatenata quasi per caso quando l’ingegnere Mario Chiesa è stato arrestato dai carabinieri il 17 febbraio 1992 a Milano. Un imprenditore, Luca Magni, titolare di una ditta di pulizie, alla fine ne aveva avuto abbastanza degl’infiniti pizzi che si dovevano pagare e aveva deciso di rivolgersi alla caserma dei carabinieri; il capitano Zuliani condusse Magni al PM, di Pietro, che dall’ottobre del 1991 aveva cominciato a indagare sull’attività di Chiesa come parte d’una investigazione sull’intreccio affari-politica. Il 17 febbraio Magni si sarebbe dovuto presentare all’ufficio del presidente del Pio Albergo Trivulzio – la più nota casa di riposo milanese – il suddetto Mario Chiesa, per pagare una mazzetta, e continuare il rapporto di lavoro. Presentandosi all’ufficio del presidente, Luca Magni era stato munito dai carabinieri d’una microspia, e le banconote ammontanti a 7 millioni di lire, che costituivano la mazetta, erano state segnate e fotocopiate; quindi all’arrivo dei carabinieri Mario Chiesa fu preso con le mani nella marmellata[2].

In un’intervista a Il Mondo, luglio 1992, Luca Magni racconta il drammatico episodio:

Signor Magni, racconti quel 17 febbraio.

Quel giorno sono andato, attorno alle 13, alla caserma dei carabinieri di Via Moscova, dal capitano Roberto Zuliani, che mi ha poi accompagnato a Palazzo di giustizia, dal giudice Antonio Di Pietro.

Come l'ha trattata Di Pietro?

Ero un po’ teso, perché non mi aspettavo di incontrare un magistrato. Mi sono però subito tranquillizzato, perché Di Pietro è stato molto gentile: prima ha mandato fuori dalla sua stanza tutti quelli che vi stavano lavorando, poi mi ha messo a mio agio, mi ha chiesto di raccontargli i fatti. Senza alcun atteggiamento inquisitorio nei miei confronti. Infine siamo tornati in caserma. I carabinieri hanno preparato l'operazione. Abbiamo predisposto una mazzetta di 7 milioni: una banconota ogni dieci era firmata su un lato da Di Pietro e sull'altro dal capitano Zuliani.

Di chi erano i soldi?

Erano miei. Veramente avrei dovuto portarne 14 a Chiesa, ma ho chiesto a Zuliani di ridurre, visto come doveva andare a finire. Dalla caserma sono partite quattro automobili. Io era sulla mia Mitsubishi, con a fianco un carabiniere in borghese. Ci siamo diretti verso il Pio Albergo Trivulzio. L'appuntamento era per le 17.30. Io sono salito nell'ufficio del presidente, Mario Chiesa, in Via Marostica 8. Dopo mezz'ora di anticamera, mi ha ricevuto. Era una consuetudine dell'ingegner Chiesa far aspettare almeno mezz'ora prima di ricevere.

Quando sono entrato, avevo nel taschino della giacca una penna che in realtà era una microspia trasmittente. In mano avevo una valigetta che conteneva una telecamera. Di Pietro e Zuliani, dunque, potevano seguire in diretta il mio incontro. A dire la verità avevo una paura pazzesca, insomma ero agitatissimo. L'ingegner Chiesa era al telefono e io sono stato dieci minuti in piedi ad aspettare che finisse di parlare. Poi gli ho dato la busta che conteneva i 7 milioni. Gli ho detto che gli altri 7 per il momento non li avevo.

E Chiesa come ha reagito?

Nessun commento. Mi ha solo chiesto 'Quando mi porta il resto?'. Gli ho risposto 'La settimana prossima'. Mentre uscivo dall'ufficio, un carabiniere in borghese entrava a bloccare Chiesa. Poi ho visto altri uomini correre gridando: 'Dov'è la presidenza?'.

E lei?

Io, appena fuori, ho telefonato con il cellulare a mia madre e a mia sorella, che erano a casa, per tranquillizzarle perché erano più preoccupate di me. Poi ho ripreso l'auto e sono tornato in Via Moscova.

Ha rivisto Chiesa?

No. In caserma ho intravisto la sua compagna, arrivata con due grosse borse, forse per il carcere.

Com'era Chiesa, visto da vicino?

Arrogante. Scortese. Urlava spesso e si esprimeva in modo molto volgare con tutti. I miei operai avevano un vero e proprio terrore del presidente. Gli incontri con lui di solito erano fatti di 45 minuti di attesa e 45 secondi di colloquio. Mi stringeva la mano solo perché proprio gliela allungavo.

Lei come era arrivato a Chiesa?

La mia azienda è specializzata in trattamenti speciali ospedalieri. Eravamo stati segnalati perché siamo bravi. Lavoravamo al Trivulzio da tre anni.

Quando è arrivata la prima richiesta di soldi?

Nel 1990, quando abbiamo avuto i primi appalti consistenti.

Come glieli ha chiesti, i soldi?

Come è abituato a fare lui, con quattro parole secche: 'Mi deve dare il 10%'. A ogni assegnazione di lavoro, automaticamente, dovevo portare i soldi, in contanti, dentro una busta bianca.

Anni prima, appena arrivato a Milano, Di Pietro aveva conosciuto una persona, un piccolo imprenditore che non era mai riuscito ad affermarsi perché altri – più furbi di lui – riuscivano sempre a sorpassarlo ricorrendo a mazzette e corruzioni. Frustrato e rassegnato aveva spiegato a Di Pietro come in linea di massima funzionava il commercio losco nei rapporti tra la Pubblica amministrazione e il mondo imprenditoriale di Milano.

Per Di Pietro la corruzione non era un fenomeno nuovo. Aveva fatto le inchieste sulle carceri d’oro e sulle patenti facili[3] e sperava che sarebbe arrivato un incidente che avviasse le indagini a tutto campo[4].

Mario Chiesa era stato preso con le mani nel sacco, le prove erano decisive ma la pena probabilmente avrebbe corrisposto a sette-otto mesi con la condizionale quindi Di Pietro “dimenticava” di depositare gli atti nei tempi prescritti per la direttissima per mantenere il caso aperto[5].

Mario Chiesa era un politico del Psi, in precedenza assessore ai lavori pubblici della Provincia di Milano e strettamente legato a Bobo Craxi, il figlio del segretario del Psi, Bettino Craxi; ma il partito era in campagna elettorale e tentò immediamente di oscurare l’evento. Chiesa era stato espulso, e definito da Bettino Craxi letteralmente “un mariuolo”. Dopo un mese di custodia cautelare in carcere, Chiesa crollò e cominciò a parlare. Sapeva che c’erano stati altri imprenditori che si erano presentati all’ufficio di Di Pietro per raccontargli che anche loro erano stati costretti a pagare tangenti. Sapeva che la polizia nel suo ufficio aveva sequestrato un floppy disc da dove si scoprí che aveva conti bancari in Svizzera, titoli e case al mare. E soprattutto si sentiva abbandonato e tradito dal partito a cui aveva versato gran parte delle tangenti. La testimonianza di Chiesa svelò un sistema di concussioni e corruzioni su larga scala che coinvolgeva prominenti esponenti della politica, della finanza e dell’imprenditoria[6].

L’indagine sulla casa di riposo si allargava come i cerchi nell’acqua: si arrivarono a sapere episodi di corruzione in altri ospizi, in ospedali, all’azienda dei trasporti pubblici, all’azienda energetica municipale, alla Metropolitana milanese, alla società che gestiva gli aeroporti di Malpensa e Linate, alle Ferrovie Nord, alle aziende edili più grandi. Ogni giorno un nuovo arresto e non erano malavitosi all’ombra della società, ma invece rappresentanti della classe dirigente: tutti colletti bianchi[7].

Allargandosi la mappa delle corruzioni, l’inchiesta coinvolgeva soprattutto la Dc e il Psi ma anche il Partito Comunista Italiano (poi Partito Democratico della Sinistra) su scala nazionale e tutte le principali industrie italiane, dalla Fiat alla Olivetti. Nel periodo furono migliaia gli indagati e centinaia gli arresti: nelle inchieste furono a vario titoli coinvolti 338 deputati e 100 senatori, quasi 2000 amministratori locali e regionali, 1373 funzionari, 873 imprenditori privati e grand commis dello stato[8].

L’effetto Tangentopoli precipitava sul sistema politico. Alle elezioni legislative del 1992 tutti i partiti del vecchio sistema persero punti, e a quelle del 1994 si verificò un profondo terremoto elettorale, che comportò un turnover dei deputati delle camere per il 71%, un rinnovamento radicale della classe politica parlamentare, e la vittoria d’una nuova coalizione politica, il Polo delle libertà, Forza Italia, Lega Nord ed Alleanza nazionale (ex Movimento Sociale Italiano, l’ex partito post-fascista)[9].

L’inchieste

Come detto sopra, l’opinione pubblica era abituata a casi di ordinaria corruzione quindi com’è successo che Tangentopoli è esplosa? Perché non si è riuscito a delimitare il caso Chiesa con “bandiere gialle” e con l’abituale sistema dell’insabbiamento delle inchieste?

Le cause principali del travolgente sviluppo delle indagini sono state: sul terreno processuale, il nuovo codice di procedura penale del 1989 dove al pubblico ministero è stata riconosciuta la facoltà di svolgere investigazioni libere, informali e segrete, senza obbligo di informare la persona sospetta prima che i sospetti si trasformassero in precisi elementi di accusa. Inoltre il codice ha riconosciuto la formazione di gruppi di magistrati che coordinassero tra loro indagini particolarmente complesse . Un tal gruppo era il Pool “Mani pulite” di Milano[10].

Sul fronte del riciclaggio internazionale di denaro sporco la Convenzione di Strasburgo del 1991 si trasformò in un’arma importante, consentendo al magistrato di inviare una richiesta di informazioni bancarie addirittura al collega straniero[11].

Sul terreno politico e di costume le date coincidenti delle tornate elettorali erano significativè. I magistrati che conducevano le inchieste riuscirono a dare un senso di civiltà, una nuova coscienza colettiva nei confronti del malcostume politico-affaristico. Seguendo la scia della vittoria della Lega Nord (partito che si presentava solo nell’Italia settentrionale) e la sconfitta dei partiti governativi nelle elezioni del marzo 1992, l’offensiva giudiziaria era obiettivamente garantita e amplificata dalla forza di un attore collettivo non solo estraneo al vecchio sistema del partito di governo, ma portatore di umori e di programmi chiaramente anti-statalistici, anti-partitici e anti-instituzionali e di uno stile populistico d’azione politica[12]. Le indagini sono state accolte con un senso di liberazione anche da chi, per lunghi anni, era stato nello stesso tempo carnefice e vittima del sistema di tangenti[13]. “ In quel periodo, noi arrivavamo la mattina in ufficio e non potevamo entrare perché c’era la fila delle persone che venivano a confessare[14].

Nel nuovo clima politico i magistrati hanno utilizzato i meccanismi offerti dal nuovo codice per coordinare le inchieste tra le diverse sedi giudiziarie, senza trovare ostacoli nei paralizzanti conflitti di competenza tra i vari uffici, che in passato erano stati una delle cause principali dell’insabbiamento delle indagini sulle illegalità del potere[15]. I magistrati del Pool dimostravano dall’inizio una notevole capacità di gestione politica delle inchieste e di promozione mediatica, esponendosi frequentamente sulla scena pubblica allo scopo dichiarato di dare legittimità democratica alla loro azione[16]. Nel settimanale Il Mondo del gennaio 1994 si trova un’intervista intitolata: Parla il pool di Mani pulite. Alla domanda se temesse un’amnistia il magistrato D’Ambrosio rispondeva: ” Ritengo incredibile che il nuovo parlamento possa varare un’amnistia: perderebbe subito il consenso. La gente non lo sopporterebbe, tanto più in un periodo in cui sarà chiamata a fare sacrifici e ad accettare una forte pressione fiscale per sanare una situazione economica che attribuisce in gran parte alla cattiva amministrazione del passato[17]. La magistratura si trovava improvvisamente circondata e sostenuta da un consenso sociale che l’incitava a fare pulizia di un sistema di governo corrotto, inefficiente e non raro colluso con il potere mafioso[18]. Questo appoggio entusiastico tendeva in alcune circostanze ad assomigliare al tifo da stadio[19]. Senza dubbio questa atmosfera di consenso pubblico in riguardo alla questione morale posta dai magistrati del Pool milanese era stata accentuata dalle strage sanguinosa contro i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel maggio e luglio 1992.

Sul terreno tecnico i risultati stupefacenti delle indagini di “Mani pulite” sono anche stati facilitati dall’applicazione dell’informatica. Di Pietro eliminava dai suoi uffici la macchina da scrivere e introduceva il computer, obbligando i collaboratori a usarlo per scrivere tutti gli atti d’ufficio. In contemporanea chiedeva alle banche e agli uffici pubblici, che gli fornivano ogni tipo di documentazione, di spedirgliela anche su supporto informatico. L’informatica ha consentito ai magistrati di immagazzinare tutti i dati, in modo da incrociarli e confrontarli rapidamente[20].

Il bandolo della matassa era il falso in bilancio, dedotto dalla conclusione logica che quando un imprenditore pagava una mazzetta o una tangente al pubblico ufficiale, non la prendeva dalla propria tasca ma la tirava fuori dall’azienda. Per questo l’imprenditore aveva bisogno di fondi neri. Le indagini si incaricarono di trovare questi fondi neri ed in seguito i relativi beneficiari[21].

Una tangente, una mazzetta: che cosa sono?

Abbiamo parlato molto di tangenti o di mazzette ma in realtá che cosa sono? Le tangenti/mazzetti erano parti d’un sistema con regole proprie e con precise suddivisioni di ruoli e compiti. Le tangenti le dovevano pagare gli imprenditori ai partiti politici per ottenere appalti nei diversi ambiti della pubblica amministrazione: ospedali, case di riposo, Metropolitana Milanese, settore ferroviario. Le imprese, come d’abitudine, si accordavano per predeterminare gli esiti delle gare degli appalti evitando la reciproca concorrenza distruttiva. Un rappresente dell’azienda capofila per ogni appalto si premurava di raccogliere le somme dovute da ciascuna società della cordata vincitrice. Poi regolava le pendenze con i diversi partiti, oppure consegnava la tangente al “cassiere unico” delle forze politiche, il quale poi divideva il bottino con i colleghi.

Per raccogliere le tangenti i cassieri aprivano conti bancari all’estero spesso in Svizzera ma anche off-shore[22].

Per fare rientrare nel circuito ufficiale i soldi delle tangenti – essendo illecito il pagamento ai partiti – i movimenti politici rappresentati in Parlamento preparavano una lista con migliaia di nomi d’aderenti, che le banche compiacenti usavano per far risultare, ogni giorno, piccole entrate regolari sui conti ufficiali. Erano versamenti sotto i 5 millioni, quindi leciti[23].

Si può dire che le tangenti erano una dazione ambientale. Gli imprenditori dichiaravano di essere stati costretti dai politici a pagare per non essere esclusi dal giro degli appalti, ma i politici ribattevano che gl’imprenditori imponevano le mazzette. Il sistema era generale, pervasivo, automatico. Il membro del Psi, Matteo Carriera, in carcere si giustificava in tal guisa: “Funzionava tutto cosí, sembrava normale questo sistema. E io ne facevo parte. Era come ricevere un panettone a Natale. Prendevamo quei soldi e fra noi ci dicevamo: ‘questi ce li hanno regalati’. Poi ciascuno pensava al suo partito”[24].

Erano somme altissime. Al segretario amministrativo della Democrazia Cristiana, Severino Citaristi, l’apparato nazionale risultava dover “costare” dai 60 ai 70 milliardi lire d’anno. Almeno 20 milliardi erano contributi irregolari, ossia le tangenti. A queste cifre si devono aggiungere le tangenti alle nomenklature locali di partito, nonché le tangenti raccolte per le proprie tasche da dirigenti e diversi mediatori.[25]

Nel 1993 il capo del Psi, Bettino Craxi, in un interrogatorio sulla maxitangente Enimont, diretto da Di Pietro ammetteva che un cassiere del partito in quattro anni aveva raccolto 186 miliardi di lire da società ed enti[26].

A livello nazionale gli effetti di Tangentopoli sono stati devastanti. Nel 1992 un economista ipotizzava una prima quantificazione dell’iniquo sistema. Il giro d’affari della corruzione può essere valutato attorno ai 10.000 miliardi di lire all’anno, generando un indebitamento pubblico tra 150.000 e i 250.000 miliardi di lire, con 15-25.000 miliardi relativi interessi annui sul debito. In realtà le tangenti sono state pagate dalle casse pubbliche perché, paralizzate le forze del mercato, la spesa era gonfiata . Era un sistema di “capitalismo senza mercato”[27].

Nel capitolo seguente vedremo come quella sperequazione economica alimentava la spirale del deficit e dell’indebitamento, e aggravava il problema dei governi di sostenere la società del benessere e con ciò il consenso popolare.

Come è avvenuto il crollo del sistema politico italiano?

Gli autori del libro Il gigante dai piedi di argilla citano il capolavoro critico della rivoluzione francese, L’antico regime e la rivoluzione, del celebre storico Alexis de Tocqueville, come punto di partenza per spiegare il crollo del “party government” in Italia.

L’inchiesta “Mani pulite” era favorita da un’onda popolare anti-politica contro abuso d’ufficio, mazzette, frode ed arroganza. Come mai in passato, invece, erano stati accettati gli stessi “privilegi”? La risposta che dà lo storico francese è chiara: sino al momento in cui a quei privilegi corrispondeva lo svolgimento di funzioni essenziali per la società, cioè un reale ruolo di governo, il loro carattere arbitrario poteva restare poco rilevante; ma nel momento in cui l’aristocrazia (in Italia: i partiti) ebbe perduto quel ruolo, tutta l’odiosità provocata dai privilegi, risultò insopportabile[28].

In sostanza si cerca di capir meglio come la forza dei partiti si sia progressivamente tramutata in debolezza producendo appunto un “gigante” per estensione e pervasività della penetrazione partitocratica nella vita pubblica italiana – però “ dei piedi di argilla” per la sua crescente impossibilità a governare[29].

Le elezioni nazionali del marzo 1994 manifestarono l’eliminazione d’una élite politica e il crollo del vecchio sistema di governo partitocratico. La crisi ha più duramente colpito i partiti di governo, cioè quelli che, in un sistema senza alternanza, per quarant’anni erano stati il cuore del sistema di reggenza. La Democrazia Cristiana, la colonna portante di tutto l’apparato esecutivo, si è ridotta a un piccolo partito a livello parlamentare con 5% dei seggi, ed in seguitò subì un’ulteriore frammentazione. Il Partito Socialista Italiano sparì in pratica con 2% dei voti. I tre laici minori, Partito Repubblicano Italiano, Partito Liberale Italiano e Partito Social Democratico Italiano si dissolsero. Il Partito Comunista Italiano, nella sua “reincarnazione” post-89 – Partito Democratico della Sinistra – non riuscì ad accreditarsi come alternativa di governo.

Il vuoto politico fu colmato da nuovi partiti – o prima marginali di centro destra – Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega Nord[30].

Ma come è avvenuto questo crollo di un sistema partitico che durante quarant’anni era stato in grado di reggere le gravi sfide sia politiche che economiche?

Una debolezza del sistema politico, era il “Party government” all’italiana o “Arco Costituzionale” basato sulle comuni origini antifasciste, maturate ai tempi della Guerra di Liberazione contro i nazi-fascisti. Si può dire che il governo era al guinzaglio dell’“Arco Costituzionale”, in cui la matrice comunista, rispecchiava l’acquiescenza dell’appartenenza dell’Italia alla NATO, ma al contempo riscuoteva tangenti e finanziamanti sia nelle regioni rosse del Paese, che direttamente dalla Madre Patria sovietica. Quando Craxi fece la famosa chiamata in correo, ‘chi non ha mai peccato scagli la prima pietra!’, dai banchi del Parlamento, nessuno si alzò per dire: “Io sono innocente”.

I partiti della maggioranza e quelli dell’opposizione, sempre d’accordo sulle leggi di bilancio per decenni, fornivano al governo indicazioni precise e vincolanti su presidenti, dirigenti e grandi burocrati di banche, aziende, istituzioni ed enti pubblici. La lottizzazione delle nomine partitocratiche ha condotto l’opinione pubblica a identificare, con i partiti, un ambito larghissimo burocratico riversando, e giustamente, su questi movimenti le responsabilità di tutte le disfunzioni emergenti dagli uffici pubblici. Un altro problema era che le persone nominate erano fuori un vero controllo perché spesso è avvenuto che erano i nominandi a scegliere il partito nel cui nome candidarsi[31].

La crisi del governo-partiti fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta soprattutto derivava da due cause.

Per prima cosa la caduta dei regimi communisti dell’Est e la fine del sistema internazionale bipolare; la Guerra fredda ha eliminato 1) il fattore K (l’anticomunismo viscerale) e 2) il principio del governo bloccato (o competizione bloccata). Questi due concetti erano il risultato della “guerra fredda”.

Nel luglio del 1946 De Gasperi formò un governo di coalizione con DC, PSI, PCI e PRI. Fu merito di questi partiti l’elaborazione della costituzione repubblicana, che entrò in vigore nel 1948; ma la collaborazione era già terminata nel 1947 quando De Gasperi formò il suo quarto governo escludendo PSI e PCI. Le elezioni politiche del 18 aprile 1948 si svolsero in un clima acceso. Nel 1947 il presidente statunitense Truman aveva lanciato la sua “dottrina”. Nel febbraio 1948 ci fu il colpo di Stato comunista a Praga, e la campagna elettorale dello scudo crociato (il simbolo della DC) contro il Fronte Popolare (PSI+PCI), sfruttatava la “paura” che quanto era accaduto a Praga potesse ripetersi a Roma. Dai pulpiti i sacerdoti pronunciavano filippiche contro il Fronte e la minaccia alla libertà dell’uomo e propria della Chiesa, che i socialcomunisti invocavano[32]. La DC guadagnò la maggioranza e De Gasperi formò una coalizione governativa con liberali, repubblicani e socialdemocratici: una formula di “centrismo” che indicava un’area di governo circoscritta ai partiti democratici, con esclusione delle Sinistre. Negli anni Sessanta sotto la leadership di Pietro Nenni, il PSI prese le distanze dal PCI e si aprì la strada ai governi di centro-sinistra. Il PCI, nella propria obbedienza a Mosca, restava escluso.[33]

Un ulteriore fattore determinante era una situazione di bilancio critica, nonché il coincidere del forte deficit con i vincoli posti dal processo di integrazione europea: tutto ciò si sarebbe riversato pesantemente sulle risorse disponibili, per premiare gli elettori dei partiti e definire soluzioni adeguate ai bisogni delle riforme istituzionali, delle politiche di bilancio, delle politiche sociali (dalla sanità alle pensioni) e delle privatizzazioni[34].

In tal stato di debolezza e vulnerabilità la Magistratura affiancata e sostenuta dalla stampa, ed all’inizio pure dalle nuove forze politiche, lanciò il suo attaco contro il clientelismo dei vecchi partiti.

Le elezioni nazionali del 1992 hanno segnalato un serio abbassamento della fiducia politica nei vecchi partiti, e ciò deve essere considerato un fattore fondamentale nell’aprire la strada ai giudici, che, resi meno deferenti di fronte ad un ceto politico in evidente crisi, facevano emergere la mancanza di credibilità, e quindi di legalità etica del sistema politico-amministrativo.[35]

Il riflusso

Nei primi due anni, lanciando la questione morale i magistrati cavalcavano un’onda di irresistibile successo. Man mano, però, si formava un blocco di resistenza intorno al capo di Forza Italia, Silvio Berlusconi, che a Napoli era stato raggiunto da un avviso di garanzia durante un consesso internazionale contro la criminalità organizzata. Berlusconi denunciava un complotto politico e una persecuzione giudiziaria nei suoi confronti e lanciava dalle sue emittenti televisive Fininvest, un attacco contro le “toghe rosse” che avevano ordito un complotto comunista per fomentare un golpe giudiziario[36].

La politicizzazione della questione morale risultava nella formazione di due blocchi nei confronti della questione giustizia, ed il risultato era una tendenziale convergenza tra governo e opposizione su una linea tendente a ridisegnare l’equilibrio dei poteri modificando il rapporto costituzionale tra legislazione e giurisdizione; quindi riconducendo il potere giuzidiario sotto il controllo della politica di qualsiasi colore politico fosse. Alla fine, invece il governo di centro-sinistra dava la stura ad una serie di provvedimenti legislativi che, con il sostegno di tutte le parti politiche, rappresentavano un condono più o meno indolore per i reati di Tangentopoli[37].

Nel periodo in questione la battaglia tra politici e magistrati erano incentrate intorno alle decisioni della sottocommissione, che nell’àmbito della Commissione bicamerale per le riforme costituzionali, nominata nel 1997, sotto la Presidenza del Secretario Nazionale di Pds, Massimo D’Alema,  doveva affrontare il cosiddetto “pacchetto giustizia”. Senza una restituzione del potere giudiziario sotto il controllo della politica e una garanzia del suo futuro legale, il lavoro della commissione bicamerale sarebbe stato bloccato da Berlusconi[38].

Il risultato fu una riforma della custodia cautelare, abolizione del reato di abuso d’ufficio, riforma dell’art. 513 del codice di procedura penale, la depenalizzazione del finanziamento illecito dei partiti, una revisone del reato di falso in bilancio[39].

Nelle Memorie di un procuratore a Francesco Borrelli, ex-capo del pool “Mani pulite”, è stata posta la domanda: “Vi aspettavate che il centrosinistra vi trattasse cosi male?”, risposta: “. Perché il problema non è di destra o di sinistra. Il vero problema investe il rapporto fra il potere e la legalità”[40].

Dieci anni dopo l’inizio di “Mani pulite” Piercamillo Davigo, lo stratega del pool “Mani pulite” esprime il seguente commento su Tangentopoli: “Dal ’92 a oggi il sistema ha fatto di tutto contro i magistrati, ma non ha fatto nulla contro la corruzione e le sue cause... Da dieci anni la classe politica si illude di curare la febbre modificando la scala del termometro. Cosí fa credere che la febbre non ci sia”[41].

Conclusione

Secondo il più noto magistrato del pool milanese, Di Pietro, l’operazione “Mani pulite” era una bomba pronta di esplodere sotto il sistema di corruzione e concussione del mondo affaristico e dell’amministrazione pubblica, ma resta da spiegare perché esplose quella bomba.

Le cronache ci offrono un’idea sbagliata, ossia che “Mani pulite” fosse stata avviata per puro caso, poiché Mario Chiesa era stato preso in flagrante.

Considerando che la corruzione e la concussione certamente non erano concetti sconosciuti in Italia, come in qualsiasi altra parte del mondo, dobbiamo trovare un ventaglio di spiegazioni più ampio per concepire la reazione a catena, “Mani pulite”, che negli anni Novanta fece crollare il vecchio sistema politico, i più grandi partiti politici, in breve La Prima Repubblica.

Per ciò che concerne la definizione “Prima Repubblica”, è assolutamente necessario ribadire che è un termine più che altro giornalistico ed usato a sproposito. Nella storia giuridico istituzionale di ogni Stato del globo si parla di Repubblica successiva (ad esempio, Francia: prima [1792-1804], seconda [1848-1852], terza [1870-1940], quarta [1947-1959], quinta [1958-ad oggi]; Spagna: prima [1873-1874], seconda [1931-1939]; Albania: prima [1924], seconda [1925-1928], terza [1946-1992], quarta [1992-ad oggi], ecc.) solo quando ad una Costituzione repubblicana fa seguito un’altra. In Italia questo non è successo, e la Costituzione, che abbiamo visto sopra, risulta ancora in vigore, e modificata solamente per far entrare in Italia i discendenti di quella famiglia reale, i Savoia, che si resero colpevoli: prima dell’avvento del fascismo; e poi del trascinamento in guerra di Mussolini a fianco dei nazisti di Hitler. Perciò i termini “Prima Repubblica” e “Seconda Repubblica” sono solo un espediente linguistico adoperato dalla stampa, per definire una pura cesura di costume e nient’altro.

La tesi di questa relazione è che la società italiana era pronta a cambiare. La vecchia oligarchia se n’è stata per lungo tempo distante dalla società reale, racchiusa in una torre d’avorio che la tenesse lontana dai cittadini, senza contatto con l’uomo della strada, e solamente preoccupata di rimanere al potere. I mezzi economici per assicurarsi il consenso degli elettori, si esaurirono negli sforzi per adattare il bilancio alle esigenze dell’Unione Monetaria Europea al fine degli anni Ottanta e i primi Novanta : il primo segno di ciò fu l’esito delle elezioni ’92. Aggiunta alla crisi economica, l’esazione coattiva da parte dei partiti politici di somme enormi ed illecite (le cosidette mazzette), causate dai grandi appetiti di apparati opulenti, risultò insopportabile per gli imprenditori della classe media.

 

Quando fu avviata l’operazione “Mani pulite”, essa rappresentava un’ondata cavalcata dall’entusiasmo populare, da una stampa impegnata e all’inizio anche con il sostegno di forze nuove o prima marginali: Forza Italia, Lega Nord e MSI, messesi  in prima fila, e desiderose di scendere in campo.

Le indagini erano condotte dinamicamente dal Pool di Milano: si favorì l’indebolimento del potere politico, l’applicazione dell’informatica e una migliorata cooperazione internazionale in riguardo allo scambio di informazioni di trasferimenti di denaro a fondi neri.

Durante la guerra fredda la Democrazia Cristiana, il partito dei cattolici e l’alleato del Vaticano, come il polo opposto dell’egemonismo ateo del Partito Comunista, erano stati gli aghi della bilancia di ogni governo. La competizione intorno del sistema politico era bloccata e sostituita da un sistema di clientele rigide, ma con la caduta del Muro di Berlino la competizione si sciolse dagli equilibri e alle elezioni della primavera 1992 ci fu un primo segno di spostamento delle opinioni dell’elettorato. Tutti i vecchi partiti persero voti, alcuni sparirono.

Come un’onda d’urto “Mani pulite” scosse la classe dirigente, che fu identificata dalla gente come un gruppo di malavitosi. La minaccia di custodia cautelare e “il tintinnare delle manette” causarono lo sgretolamento dell’omertà, e parlamentari e imprenditori a centinaia risultarono imputati.

Le elezioni del 1994 spazzarono dall’aja il vecchio regime, e il vuoto politico fu riempito dalla Casa della Libertà, l’alleanza tra Forza Italia, Lega Nord e MSI. La cosiddetta Prima Repubblica cadeva, ma la Seconda ancora non nasce giuridicamente.

Man mano le indagini si avvicinavano al Presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, che contraccambiava la sfida dei magistrati con una campagna mass-mediatica di Fininvest contro le “toghe rosse” e un cambio dell’“ordine del giorno”: “Mani pulite” non più quale problema morale, ma giuridico/politico, per condurre un potere politico legittimato in Parlamento.

Alla fine del 1994 Berlusconi si dimise. Negli anni seguenti il costo della collaborazione di Forza Italia nella Commissione Bicamerale presieduta dal Segretario Generale del PDS, Massimo d’Alema, era il riconsiderare l’esigenza di “immunità” generalizzata per la classe politica. Una sottocommissione avanzava una serie di provvedimenti giuridici che in realtà creavano una amnistia generale per i condannati di Tangentopoli.

Il pallone si era sgonfiato. L’uomo nella strada aveva altri problemi a cui pensare: prezzi alle stelle, disoccupazione e riforma dell’ordinamento pensionistico.

 

 

Postfazione

Non essendo l’italiano la mia lingua madre, sono molto riconoscente agli autori dei libri in bibliografia, i quali hanno svolto, inconsapevolmente, il doppio ruolo di illustrare i fatti storici e offrirmi un linguaggio adeguato.

Riferimenti bibliografici

Testi

Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Marco Travaglio, Mani pulite, La vera storia, Editori Riuniti, Roma, 2002

Maurizio Cotta e Pierangelo Isernia (a cura di...), Il gigante dai piedi di argilla , Il Mulino, Bologna, 1996

Gabriele De Rosa, Storia contemporanea, Minerva Italica, Milano, 1982, 3ª ed.

Pietro Folena, Il tempo della giustizia, Magistrati e politica nell’Italia che cambia, Editori Riuniti, Roma, 1996; P.F. è stato segretario regionale del Pds in Sicilia

Paul Ginsborg (a cura di...), Stato dell’Italia, Mondadori, Milano, 1994

Sergio Romano, Il denaro dei partiti e la classe dirigente irresponsabile, ne I volti della storia. I protagonisti e le questioni aperte del nostro passato, Rizzoli, Milano, 2001

Sergio Romano, L’Italia verso una IIª Repubblica? in Breve corso di storia patria ad uso dei non politicamente corretti, CIDAS-Leonardo Facco Editore, Treviglio (Bg), 2004

Giovanni Valentini (a cura di...), Antonio Di Pietro, Intervista su Tangentopoli, Editori Laterza, Roma-Bari, 2000; A.d.P. è stato un celebre componente del pool “Mani pulite” fino al 1995

Articoli

Donatella della Porta e Alberto Vannucci, The ressources of corruption: Some reflections from the Italian case , in “Crime, Law &Social Change” 27 (1997), pp. 231-254

Sergio Rinaldi, Gustav Feichtinger, Franz Wirl, Corruption Dynamics in Democratic Societies in “Complexity”, 3 (1998), N. 5, pp. 53-64

Siti web

Silvano Belligni, (una dissertazione di...), Magistrati e politici nella crisi italiana, Università Amedeo Avogadro 2000 (http://polis.unipm.it)

Tangentopoli, Cronologia 1992-2001, “la Repubblica”, Storia d’Italia dal ’45 ad oggi (http://romacivica.net/anpiroma/larepubblica/repubblica8c.htm)

Tangentopoli, cinque anni vissuti vergognosamente
(http://geocities.com/CapitolHill/5356/tangent.htm?200515)

Vari articoli dalla rete e dalla Handelshøjskolens bibliotek, København

L’autore di questo articolo non scrive per conto dell’Università di Århus ma effettua gli studi presso il Dipartimento di Romanistica. Commenti o domande riguardanti questioni danesi sono graditi.
Schwaner@stofanet.dk

© 2005



[1] Antonio Di Pietro: Intervista su Tangentopoli a cura di Giovanni Valentini p 3

[2] Gianni Barbacetto, Peter Gomes, Marco Travaglio: Mani pulite p 9-11 (7 mill. lire ammontano a cerca 27000 d.kr. e erano solamente metà della mazzetta (1000 lire=ca 3,80 d.kr).

[3] Carceri d’oro: un giro di tangenti legato alla costruzione delle super carceri nel 1987. Patente facile: Si pagava sottobanco per ottenere la patente più facile all’esame di guida

[4] Di Pietro: Intervista p 9 e p 29

[5] Di Pietro: Intervista p 5. Di Pietro insiste che l’omissione era un fatto di strategia per vincere tempo ma sarebbe un motivo a posteriori

[6] Mani pulite p 14-16

[7] Mani pulite s 21-22

[8] Magistrat i politici p 3

[9] Il gigante p 375 -381

[10] Stato dell’Italia a cura di Paul Ginsborg p 527. Facevano parte del Pool milanese:Antonio di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo,il coordinatore d’Ambrosio, il Procuratore capo Francesco Borrelli. di Pietro p 9-11

[11] Di pietro p 20-21

[12] Magistrati e politici p 4

[13] Stato del’Italia p 527

[14] Di Pietro p 37

[15] Stato dell’Italia p 527

[16] Magistrati e pubblici p 4

[17] Il mondo 10/17 gennaio 1994

[18] Stato dell’Italia p 479

[19] Magistrati e politici p 4 Mani pulite pp 33

[20] Di Pietro pp 30-36

[21] Di Pietro p 43

[22] pp 24-26

[23] Mani pulite p 31

[24] Mani pulite p 22, pp 29-30

[25] Mani pulite p 31

[26] Mani pulite p 162 ( ca. 700 mill.d.kr )

[27] Mani pulite pp 32-33

[28] Il gigante p 8

[29] Il gigante p 9

[30] Il gigante pp 11-13

[31] Il gigante pp 20-24

[32] Harder: Italien p 191 (Scena in Divorzio all’Italiana)

[33] De Rosa: Storia contemporanea pp 412-420

[34] Il gigante pp 46, 396

[35] Il gigante pp48

[36] Magistrati e politici pp8-10

[37] Magistrati e politici pp10 La ”controriforma” della sinistra

[38] Ginsburg Italy pp314-315 Vicepresidenti: Elia PPI, Urbani Forza Italia, Tatarella AN

[39] Magistrati e politici p 11

[40] Mani pulite p 697

[41] Mani pulite p 677